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Africa

Il Manifesto; 30/5/2006

Bayer, Syngenta, Genencor

BIOPIRATERIA MULTINAZIONALE IN AFRICA

Sono decine le multinazionali occidentali del settore biotecnologico e farmaceutico che in Africa, in palese violazione della Convenzione sulla biodiversità dell'Onu approvata nel 1992, stanno rastrellando le risorse naturali del continente. Un saccheggio di piante e batteri che nei laboratori biotecnologici di Bayer, Sygenta, SrPharma, Genencor International o Option Biotech, dopo essere stati brevettati vengono trasformati in prodotti molto redditizi, senza però che ai paesi e alle comunità di origine arrivi alcun beneficio dallo sfruttamento delle loro ricchezze naturali.

La denuncia emerge da un dettagliato dossier, di recente pubblicazione e frutto del lavoro congiunto dell'organizzazione ambientalista Edmonds Institute con sede a Washington e dell'African centre for biosafety di Johannesburg. Può trattarsi di meravigliose piante, come la Balsaminacea Impatiens o pianta di vetro, dagli splendidi fiori che possono essere di colore bianco, rosa o rosso destinati ad abbellire i giardini europei. La Sygenta ne ha raccolte alcune varietà sui monti Usambara, in Tanzania, che ha poi brevettato e attraverso la cui vendita la company svizzera ha guadagnato solo nel 2004 oltre 85 milioni di euro. Può trattarsi però anche di un batterio, come quello trovato sul lago Ruiro, in Kenya, dal quale la Bayer ha sviluppato il Glucobay, un farmaco contro il diabete che gli ha fatto guadagnare 218 milioni di euro.

Ma ce n'è per tutte. Circa dieci anni fa la multinazionale californiana Genencor international ha brevettato dei microbi prelevati dai laghi della Rift Valley, che vengono utilizzati nell'industria tessile per la decolorazione dei blue jeans con un profitto annuo di 3 milioni e mezzo di euro. Tra le multinazionali citate nel dossier troviamo anche la canadese Option Biotech, che ha brevettato sementi di Afromomun Stipulatum raccolti in Congo, da cui ha ricavato il Biovigora, un rimedio naturale per migliorare le prestazioni sessuali. Poi c'è l'inglese SrPharma, che ha brevettato un batterio raccolto in Uganda negli anni '70, utilizzato per sviluppare un trattamento contro malattie virali croniche, compreso l'Aids.

Come si puà facilmente intuire le company in questione non hanno neanche preso in considerazione l'ipotesi di condividere con le nazioni africane i benefici economici raggiunti, nonostante sia attiva la Convenzione internazionale sulla biodiversità con cui dal '92, l'Onu riconosce agli Stati la piena sovranità sulle risorse naturali presenti sui propri territori.

Beth Burrow, direttrice dell'Edmond Institute, l'ha definita "una nuova forma di saccheggio coloniale" in un mondo in cui le imprese hanno l'abitudine di appropriarsi di ciò che vogliono e dove vogliono, facendo poi credere di farlo per il bene dell'umanità. Alcune multinazionali, chiamate in causa nel dossier, si sono difese affermando che pur provenendo i loro prodotti da risorse naturali africane, i benefici devono ricadere su coloro che applicano le biotecnologie e nulla è dovuto ai paesi d'origine. Il direttore di SrPharma, Melvyn Davies, ne è convinto a tal punto da dichiarare che non è importante il luogo d'origine della materia prima, ma il lavoro biotecnologico che si è fatto per sviluppare il prodotto finale. In difesa della Bayer, Christina Sehnert, portavoce della company, ha precisato che per la produzione del Glucobay non stanno usando il batterio keniota originale, ma il suo prodotto biotecnologico brevettato.

In pratica le multinazionali si ritengono libere non solo di saccheggiare le risorse naturali africane, ma di acquisirne la proprietà intellettuale brevettandole, dando così origine a vere e proprie forme di biopirateria: un'attitudine inaccettabile in considerazione del fatto che gli africani non possono permettersi l'acquisto di quei farmaci prodotti attraverso lo sfruttamento delle risorse biologiche sottratte al loro continente. "E' una totale mancanza di considerazione e di rispetto verso le nostre risorse e i nostri popoli" ha affermato Mariam Mayet, responsabile dell'African centre for biosafety e coautrice dell'inchiesta che rincara la dose, aggiungendo che i dati riportati sulle 52 pagine del dossier - la cui versione integrale, in inglese, si può scaricare dal sito www.edmonds-institute.org/outofafrica.pdf - sono il risultato di appena un mese di ricerche. Possiamo solo immaginare cosa avrebbero scoperto le due organizzazioni se avessero avuto a disposizione più tempo.
Marina Zenobio