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Aspirina

Il Manifesto, 22/3/2005

Aspirina: Due secoli in un acido

Paracelso sosteneva che la natura, in quei medesimi luoghi in cui si annidano le cause dei morbi più insidiosi e infausti, ha fissato il sito di cose che servono a contrastarli con efficacia. Questa tesi troverebbe una speciale conferma nell'antichissima scoperta della proprietà di una pianta, il salice, sorgente in luoghi paludosi - responsabili, secondo una remota tradizione, della mala aria che oggi sappiamo imputabile a un parassita del sangue trasmesso dalla puntura della zanzara anofele - la cui corteccia, macerata e assunta, abbassava drasticamente la febbre e leniva il dolore. A dare la prima notizia delle virtù del salice è un manoscritto egiziano, risalente al 1534 a. C. (ma forse ancora più antico), che dal nome dell'egittologo tedesco che lo pubblicò nel 1875, è noto come "Papiro Ebers". Il medico di Ebers mostra una conoscenza approfondita di molte patologie (una delle quali, detto per inciso, è stata identificata addirittura con l'Aids) e propone un lungo elenco di rimedi, tutti rientranti in una farmacopea incentrata prevalentemente sulla elaborazione dei vegetali. Tra questi, per l'appunto, la corteccia del salice, contenente i principi attivi dell'acido salicilico, elemento cruciale dell'aspirina, le cui vicende ci vengono ora raccontate, con vivacità e un'imponente massa di dati, da un giornalista inglese, Diarmuid Jeffreys, in Aspirina (Donzelli, pp. 314, € 13, 90). Due fate e un farmaco Quella dell'aspirina è una vera, complessa avventura, nella quale momenti e situazioni della storia generale o esterna si intrecciano con quelli della storia interna della scienza. Di qui l'approccio seguito da Jeffreys nella sua ricostruzione che, sia pure frammezzo a qualche ridondanza e ingenuità, ha l'indubbio merito di mediare tra l'una e l'altra. Questa mediazione, sempre necessaria nella storia della scienza, lo è tanto di più quando oggetto dell'indagine è un medicinale, alla cui nascita presiedono due fate, rispettivamente avvolte in un manto candido e in una veste nera: una, per così dire disinteressata, che si cura di trasformare un rimedio naturale in un farmaco, l'altra, per contro, decisamente interessata, che ne fa un prodotto commerciale. La prima è la ricerca, la seconda l'industria farmaceutica. Va comunque detto che nessuna delle due è del tutto buona o del tutto cattiva. Se, infatti, la ricerca nasce dall'antica passione, tipicamente rinascimentale, di una disciplina che fabbrichi medicine, dando così vita alla chimica e realizzando il sogno di Paracelso, non c'è il minimo dubbio che questa magnifica ossessione ha qualcosa di inquietante: a pensarci bene, infatti, inventare chimicamente una medicina, sostituendola al rimedio naturale, non equivale a forzare la natura, a tradirla, separando l'uomo da essa? A sua volta, se l'industria investe nelle indagini chimiche non lo fa forse per venire incontro alle esigenze di medici e malati? Nel contempo, così facendo, non tempera il sottile egoismo del puro furor conoscitivo, conducendo le cose in modo tale che il prodotto risponda realmente ai bisogni, sia, in altre parole, un farmaco etico? Se è così, tutte le volte che l'industria produce un farmaco, dovremmo assistere a un circolo, in cui correttezza della sperimentazione e della riflessione teorica si coniughino virtuosamente con le procedure di produzione e commercializzazione e i due protagonisti dell'impresa sonoequamente premiati, lo scienziato con il riconoscimento nazionale e internazionale, l'industriale con un giusto profitto. Purtroppo a dominare la scena è spesso una combinazione di "opposti egoismi", con buona (si fa per dire) pace del pubblico cui vengono date speranze in cambio di certezze, quando poi non accade che la fortuna di un farmaco consente operazioni commerciali e politiche per lo meno improprie. Con l'aspirina, la medicina più diffusa del pianeta, non tutto è andato per il verso giusto e, a dispetto del trionfalismo di Jeffreys, oggi questo farmaco tende ad assumere il ruolo pericoloso di una vera e propria panacea. Vediamo perché. Cominciamo dal nome. Aspirina è la versione italiana dell'acronimo tedesco Aspirin - il nome con cui l'aspirina fu messa in commercio nel 1899 dall'azienda tedesca Bayer (in origine fabbrica di coloranti) - in cui "a" si riferisce al processo di acetilazione cui viene sottoposto l'acido salicilico, mentre "spirin" rinvia al latino Spiraea con cui è designata la pianta. La denominazione tecnica del farmaco era (e tale è rimasta) Asa, vale a dire "acido acetilsalicilico". Il prodotto immesso nel mercato conservava le proprietà analgesiche e antipiretiche dell'acido salicilico ma perdeva, almeno in misura rilevante, un negativo effetto collaterale: la corrosione delle pareti dello stomaco associata all'assunzione dell'acido non trattato. Introdotto nel mercato dalla Bayer, l'aspirina ebbe subito un enorme successo: si scoprì che combatteva efficacemente febbre, nevralgia, cefalea e che nel trattamento di malattie come l'influenza era ben più che un semplice sintomatico. I protagonisti della produzione del farmaco "giusto" furono una équipe di scienziati, Heinrich Dreser, Felix Hoffmann, Arthur Eichengrün e Carl Duisberg, il capo della Bayer, che aveva promosso la formazione del gruppo di ricerca. Avevano tutti il loro merito: gli scienziati per aver condotto a buon fine uno studio mirato che prendeva le mosse dalle indagini di chimici della prima metà del XIX secolo (a loro volta ispirate dalle osservazioni meramente empiriche condotte sulle proprietà dei derivati dal salice da uno studioso inglese del XVIII secolo, il reverendo Edward Stone), Duisberg per aver messo a disposizione le risorse dell'azienda, specie il sapere competente acquisito dalla Bayer nella lavorazione dei derivati del carbone. Va aggiunto che questo merito era tanto più reale, quanto più confortato dalla risposta entusiastica data da medici e pazienti.

Tutto bene, dunque? Per niente. Cominciarono le rivalità tra gli scienziati e venne a crearsi la leggenda storiografica che voleva Hoffmann quale unico inventore dell'aspirina, a tutto detrimento di Eichengrün - a parere di Jeffreys il vero artefice dell'invenzione - che nel 1941 doveva scoprire che nel suo paese non era neppure menzionato accanto a Hoffmann e a Dreser (ma forse, va aggiunto, perché era ebreo). La vera vittima, se così si può dire, del successo fu però Duisberg. Da industriale probo e onesto, sinceramente preoccupato di fabbricare e distribuire un farmaco etico, si trasformò in uno dei più pericolosi e spregiudicati squali dell'industria farmaceutica internazionale. Rinviamo il lettore al libro di Jeffreys per addentrarsi nel ginepraio, in cui si ficcò Duisberg, fatto di complicati rapporti con il mercato inglese e americano, di contese sui brevetti, di intricate strategie di acquisizioni e cessioni aziendali. Ma vi è un punto su cui ci preme attirare l'attenzione. Dopo la I guerra mondiale, e in coincidenza con la ripresa economica della Germania, le due grandi dell'industria chimica tedesca, la Bayer di Duisberg, e la Basf di Carl Bosch, si fusero creando un colosso, la "Ig Farben", che schiacciò la concorrenza e prese a produrre di tutto, dai coloranti ai farmaci agli esplosivi. E' vero che la fusione era stata voluta soprattutto da Bosch, ma è altrettanto vero che Duisberg sino alla morte (1935) conservò una posizione chiave nel direttivo della "Ig Farben" e finì con il coprire con il suo prestigio più di un'operazione politica nefasta. Sia lui che Bosch furono messi in trappola da Hitler e costretti prima a sovvenzionare il nazismo, poi a orientare la strategia produttiva del gruppo a perversi fini politici (la "Ig Farben" finanziò le ricerche mediche sugli internati del lager, ridotti a cavie umane da medicastri come Mengele, e una società controllata, la "Degesch", produsse il micidiale "Zyklon B", il gas di cui restarono vittime nei campi di sterminio ebrei, omosessuali, zingari, prigionieri politici). Fu quella della "Ig Farben" una tipica tragedia tedesca. Hitler era un uomo incredibilmente stupido e volgare, ma aveva, come tutte le persone volgari, il genio dell'idiozia. Incapace di trovarsi a suo agio nell'universo dell'intelligenza, di muoversi al livello alto di grandi scienziati e industriali, era però capace di volare basso e fiutare così le vergogne dei suoi interlocutori. Capì che poteva abbindolare i protagonisti della chimica, persone a lui decisamente superiori per cultura e pieno di disprezzo per i nuovi gangster che si erano impadroniti della Germania, facendo leva su due passioni: il comune "amore per la patria tedesca" e quello, ben più decisivo, per il potere e il profitto. Fu così che altezzosi manager industriali finirono con il trovarsi allo stesso livello degli innumerevoli Herr Mayer (Pinco Pallino) del Terzo Reich. Ma la tragedia della Bayer e dell'aspirina non può dirsi compiuta. C'è ancora un'altra cosa. A cosa serve una panacea? Con un entusiasmo, a parer nostro eccessivo, Jeffreys chiude il libro esaltando le magnifiche sorti e progressive dell'aspirina. Richiamandosi alle migliaia di contributi di cui è affollata la letteratura (ricordiamo un articolo pioneristico sui test di acido salicilico e acido salicilurico comparso agli inizi degli anni `60 su "Ciba Zeitschrift"), nonché alle innumerevoli prove epidemiologiche, l'autore rammenta che l'aspirina non è solo un ottimo analgesico e antipiretico, un salvavita forse insostituibile, ma offre possibilità insperate per il trattamento delle malattie cardiocircolatorie e persino dei tumori. La base speculativa di queste opportunità terapeutiche è sicuramente avvincente e interessante. Per quanto concerne in particolare il cuore, una patologia grave come la trombosi delle coronarie può essere evitata eliminando la formazione dei trombi, vale a dire le forme di coagulazione del sangue che hanno luogo nei vasi sanguigni danneggiati. L'aspirina può allora essere un ottimo anticoagulante ed esserlo, paradossalmente, in virtù di quello che resta pur sempre il suo tallone d'Achille, vale a dire la tendenza a favorire - sia pure in forma lieve- il sanguinamento. Per di più tra gli anticoagulanti presenta l'indubbio vantaggio di non implicare l'effetto collaterale della tossicità. Insomma non può che far bene e può certamente aiutare, se non a prevenire un infarto cardiaco, almeno a sventare la possibilità di un secondo episodio. Questo, tuttavia, non ci autorizza ad affermare che la migliore, se non unica, cura delle malattie del cuore è l'aspirina e, semmai ci invoglia a chiederci: l'assunzione di questo farmaco rende inutile il ricorso alla combinazione di più farmaci? Esclude l'importanza della prevenzione da attuarsi mediante un corretto regime di vita? Le indicazioni epidemiologiche sono davvero sufficienti o è piuttosto vero che, come afferma Cavicchi nella Medicina della scelta, una qualsiasi strategia terapeutica va ricondotta a un atto medico che, anche e soprattutto per l'opzione farmacologica, va messo a punto caso per caso, senza trascurare le indicazioni epidemiologiche, ma senza, nel contempo, facendosene soffocare? Ma, allora, se le cose stanno così, a che, ma soprattutto a chi serve un solo farmaco, una panacea esclusiva? Una bella domanda, davvero. (di Franco Voltaggio)